Una proposta etologica

Nell’epoca della comunicazione, con l’utilizzo di internet, telefoni cellulari ed e-mail è proprio la conversazione diretta che perde forza. Non solo per quanto rigurda la comunicazione intra-specifica, ovvero tra noi umani, ma anche con le altre specie che coabitano con noi. Da qualche anno si sente parlare del linguaggio “Equus”, ma cos’è esattamente? Reso famoso da grandi addestratori americani, ha invaso di dvd e vhs (con relativa attrezzatura) il settore amatoriale di maneggi e sellerie di tutto il mondo, spiegando in realtà molto poco ciò che è l’etogramma dei cavalli. Il comportamento esibito dai cavalli è basato su un codice di comunicazione intraspecifico che si è evoluto nel tempo. Uno dei modi di creare un buon rapporto tra gli uomini e il cavallo è il metodo della doma etologica. Per comprendere esattamente come agiscono le varie dome etologiche bisogna capire su cosa si basano e qual’è il loro meccanismo d’azione. I metodi di doma etologici, sono tecniche d’addestramento che utilizzano i segnali di comunicazione dei cavalli, movimenti, azioni o posizioni assunte dall’animale con un significato ben preciso. Il cavallo è portato a formare legami sociali, infatti è dimostrato che è più forte la sua predisposizione ad un comportamento di coesione che di dominanza (Mills–Nankervis, 1999). Quindi, sfruttando questa tendenza all’affiliazione e alla cooperazione con gli altri membri del gruppo si possono raggiungere ottimi risultati, comunicando come il dominante alfa in un gruppo di due elementi.
Le più note tecniche di doma “dolce” sono:
- Imprinting Traning, di Robert Miller;
- Join Up, di Monty Roberts;
- Natural Horse Man Ship, di Pat Parelli;
- Centered Riding, di Sally Swift;
- Linda Tellington-Jones;
- Ray Hunt;
- John Lyons;
- Imprinting della doma dolce, di Sergio Ricci.
Prima di analizzare i pricipi base di queste tecniche d’addestramento, ripassiamo i fondamentali delle dome tradizionali per poterle poi confrontare. I metodi tradizionali sono:
Più o meno violenti: A seconda dell’addestratore, delle sue esperienze e convinzioni.
Coercitivi: Limitano la possibilità d’azione di manifestare il comportamento.
Imperativi: Si basano sul principio di imposizione e non di collaborazione inter-specifica.
Il risultato è un cavallo trattabile, ma con uno spirito inesistente e privo di volontà, che risponde agli stimoli solo per evitare ulteriori punizioni. A differenza, la doma etologica stabilisce un rapporto di dominanza del trainer sull’animale, senza violenza ed imposizioni, con l’aiuto di rinforzi positivi e negativi. Tutte le dome “dolci” precedentemente enunciate, pur avendo una sequenza d’azioni differente tra loro, sono più o meno ricche di esercizi, ma tutte seguono dei punti fondamentali sui quali è costruita la comunicazione uomo-cavallo. Prima di analizzare queste fasi fondamentali vorrei descrivere l’attrezzatura necessaria ad un trainer per effettuare una doma “dolce”, questo perchè ogni addestratore famoso propone strumenti speciali, ideati e brevettati, che dovrebbero agevolare il lavoro ma spesso si rivelano costosi, inutili o addirittura pericolosi nelle mani di cavalieri inesperti. Fondamentale è il tondino. Ottimale se con un diametro tra i 12 e 15 metri, con sponde alte e solide. Una normalissima capezza e una corda lunga, sono l’essenziale per domare un cavallo in sicurezza, ovviamente conoscendo bene il lavoro da effettuare. Prima di analizzare queste fasi fondamentali vorrei descrivere l’attrezzatura necessaria ad un trainer per effettuare una doma “dolce”, questo perchè ogni addestratore famoso propone strumenti speciali, ideati e brevettati, che dovrebbero agevolare il lavoro ma spesso si rivelano costosi, inutili o addirittura pericolosi nelle mani di cavalieri inesperti. Fondamentale è il tondino. Ottimale se con un diametro tra i 12 e 15 metri, con sponde alte e solide. Una normalissima capezza e una corda lunga, sono l’essenziale per domare un cavallo in sicurezza, ovviamente conoscendo bene il lavoro da effettuare.
Per quanto riguarda la parte pratica della doma, consiglio, a differenza di altri “sussurratori”, di portare il cavallo in tondino e lasciarlo solo, per il tempo necessario affinchè il cavallo si abitui al nuovo territorio (prima fase). Secondo me questa fase è molto importante, lasciare che l’animale si tranquillizzi prima d’iniziare il lavoro aiuta a stabilire successivamente una dominanza sicura. Quando il puledro ha conosciuto il suo territorio e si dimostra tranquillo, si entra decisi verso il centro del tondino; guadagnato il terreno si inizia a fare pressioni muovendo braccia e corpo facendo si che il cavallo inizi a girare. Si ripete l’esercizio a mano destra e a mano sinistra, facendo capire al cavallo che da li non può uscire, che il trainer è padrone del territorio e lui deve stare ai margini di esso. Questo perchè avviene? Essenzialmente per tre motivi, il primo risiede sulla nostra posizione, noi siamo al centro del territorio e ne abbiamo assunto il comando non lasciando il tempo al cavallo di ri-impossessarsene, è una fase piuttosto pericolosa perchè con cavalli con sviluppato istinto di dominanza, sentendosi sfidati, si potrebbe venire caricati se non ci si pone nella posizione giusta anticipandone le mosse. Il secondo meccanismo si basa sulla “zona di fuga”. Ogni cavallo possiede attorno a se un’area nella quale non si può entrare, per motivi di soppravvivenza, a meno che non si stabilisca un rapporto ben definito con l’animale. Avvicinandoci al cavallo, gesticolando e con i movimenti del corpo invadiamo questa zona di fuga mantenendo il cavallo in movimento. Dosando le pressioni su questa zona si può ottenere l’effetto paragonabile all’acceleratore in un automobile. Arrivati a questo punto siamo seduti sul sedile di guida (primo meccanismo), abbiamo l’acceleratore (secondo meccanismo) e ci manca solo il volante. Cosa ci permette di guidare da terra cavallo? Il punto d’equilibrio, ovvero il modo corretto di posizionarsi lateralmente all’animale affinché questo non si senta spinto o frenato dalla nostra posizione. Questo punto si trova all’altezza del “sottopancia” dell’animale e il nostro posizionamento (anche a distanza) rispetto ad esso, non fornisce stimoli di movimento al cavallo. Se ad esempio noi ci poniamo anteriormente a questo punto, il cavallo si trova la via di fuga bloccata e si vede costretto a fermarsi per invertire il senso di marcia. Ovviamente la pratica è un pò più complessa. I tre elementi precedentemente descritti non sono separati, agiscono insieme e sviluppano infinite possibilità d’azione utilizzabili dal trainer, che deve saper gestire, non sempre l’animale “perdona” un nostro errore. Il cavallo può assumere infinite posizioni ed inviare svariate tipologie di segnali, solo con uno studio serio ed una solida esperienza si può lavorare in sicurezza ottenendo buoni risultati. Quando dalla prima fase si ottiene la risposta desiderata dal puledro, ovvero abbassa la testa, rivolge l’orecchio interno verso l’uomo, mastica a vuoto, tutti segnali di attenzione e sottomissione verso il trainer, si può procedere con la seconde fase.
Quando dalla prima fase si ottiene la risposta desiderata dal puledro, ovvero abbassa la testa, rivolge l’orecchio interno verso l’uomo, mastica a vuoto, tutti segnali di attenzione e sottomissione verso il trainer, si può procedere con la seconde fase. Dobbiamo accettare la richiesta del cavallo d’avvicinarsi a noi, con l’unica condizione che sarà il trainer a “condurre” il rapporto. Per effettuare “l’aggancio” bisogna smettere di spingere il puledro e lasciare che si avvicini a noi. Anche questa è una fase piuttosto delicata in quanto alcuni cavalli vedendo che l’addestratore abbassa le difese potrebbero caricare soprattutto da tergo. Sospese le pressioni, il cavallo dovrebbe rallentare e poi fermarsi con la testa rivolta verso il cavaliere, ora si può provare l’aggancio, ovvero farsi seguire per tutto il tondino come se l’uomo fosse la sua mamma o il suo dominante. Per far questo, bisogna dargli le spalle e continuare a chiamarlo, se ciò non bastasse per dargli più fiducia è opportuno muoversi lungo semicerchi, poichè sono queste le traiettorie utilizzate dai cavalli. E’ bene sapere che difficilmente un cavallo scappa in linea retta, o si avvicina a voi in linea retta, ogni movimento sarà lungo un’ipotetica linea circolare. Se il cavallo non collabora significa che la prima fase non è stata sufficiente, quindi si riparte dall’inizio con calma e pazienza. Se invece segue senza problemi, significa che ha capito che gli conviene stare con il trainer e camminare, piuttosto che stare solo, lungo il perimetro e correre. Quando il cavallo ha accettato di seguirci possiamo procedere con la terza fase. Consiglio di effettuarla al centro del tondino. In quanto nella percezione del cavallo è il punto più sicuro del territorio, dove poter stare più tranquilli. L’addestratore è fermo al centro con il cavallo e si procede con il contatto. Si deve invadere la zona di fuga e il puledro deve permettere di farsi toccare ovunque, soprattutto nelle zone più vulnerabili. Le zampe, sono l’unico mezzo di difesa del cavallo, ne permettono la fuga. I cavalli fanno un grosso sacrificio permettendoci di toccargliele e di alzargliele, è una enorme dimostrazione di fiducia nei nostri confronti. La groppa, è la zona dove andremo a mettere la sella, punto molto sensibile perchè dove attaccano i grossi felini. La gola e la testa, zona dove attaccano i lupi e i cani. Le tre fasi di approccio etologico appena spiegate sono la base, l’alfabeto del linguaggio dei cavalli. Senza queste minime basi non si potrà mai capire il perchè di tanti semplici comportamenti del nostro cavallo, e di tante reazioni ovvie che per noi sono incomprensibili. Potrei fare diversi esempi su come l’uomo interpreta male il comportamento del suo cavallo e di come molto spesso la soluzione risieda nella punizione, aggravando costantemente la patologia. Prima di punire un cavallo bisogna capire perchè ha agito in quel modo, bisogna chiedersi se siamo noi i responsabili di tale azione o se è semplicemente normale per la sua natura. Proprio per questi principi è indispensabile per ogni persona che si rapporta con un cavallo sviluppare delle conoscenze minime sull’essere equino, da una conoscenza anatomica e fisiologica di base, a quella etologica, che ci può spiegare ad esempio perchè i cavalli scartano in maniera smisurata se gli si avvicina qualcosa dai lati. Perchè? Etologicamente perchè è dai lati che arrivano gli attacchi dei predatori, quindi si impone una reazione velocissima di difesa. Anatomicamente perchè vedendo con un solo occhio il “pericolo” non hanno la possibilità della visione stereoscopica (con entrambi gli occhi) e quindi di percepire l’esatta distanza da cui viene la “minaccia”. E fisiologicamente perchè non sapendo appunto da che distanza arriva l’ipotetico predatore, parte dal sistema nervoso simpatico una scarica d’adrenalina (fight or flight) che pone in condizioni di sicurezza il predato. Per concludere credo che ogni appassionato di cavalli dovrebbe avere un minimo di conoscenze su cosa significhi essere un equino. Infatti, solo conoscendo il punto di vista di una preda e solo conoscendone l’istinto primordiale di preservazione della specie, gli si può garantire un’esistenza dignitosa e coerente con la sua natura.
A cura di Daniele Dr. Mandelli














